Non si può essere sempre Wonder Woman

Il mio contributo per Well Work

Prendersi cura della casa, dei figli e dei familiari e nello stesso tempo riuscire anche a lavorare e perchè no, fare carriera nel proprio settore. Certo, se fossimo Wonder Woman…

Wonder Woman “nasce” nel 1941, negli anni tumultuosi della seconda guerra mondiale, da un’idea dello psicologo William Moulton Marston.

Erano gli anni del grande successo dei super-eroi come Superman, Batman, Capitan America, tutti personaggi maschili, e Marston voleva un nuovo tipo di eroe. Parlando delle sue idee alla moglie, questa suggerisce di creare un personaggio femminile in grado di esprimere al tempo stesso forza e tenerezza.

Così Marston prese ispirazione proprio da sua moglie: una donna fuori dagli schemi, che si laureò nel 1915, divenne redattore capo dell’Enciclopedia Britannica e fermamente convinta della necessità di essere economicamente indipendente, così oltre al lavoro riuscì a gestire anche la famiglia.

Tutte idee, per il periodo storico, rivoluzionarie, in cui la donna era vista solo come colei che doveva occuparsi della famiglia.

Cosa succede ai giorni nostri?

La situazione è estremamente delicata.

Se da un lato sempre più donne portano avanti con convinzione il loro percorso di studi, lavorano e sono economicamente indipendenti, dall’altro sono anche il pilastro della famiglia, accudiscono i figli, si destreggiano nella gestione della casa e quando c’è necessità anche nella cura dei parenti. Con ancora, purtroppo, troppo spessa, il risvolto che per mancanza di possibilità di conciliare tutto devono rinunciare a qualcosa e questo spesso coincide con il lavoro.

Perché non si può sempre essere wonder woman.

Lo scoglio principale nasce dalla difficile conciliazione tra lavoro e famiglia.

Secondo i dati Istat nel nostro Paese l‘11,1% delle donne con almeno un figlio non ha mai lavorato, un dato che supera di tre volte la media europea.

L’aggravio è dato dal fatto che il tasso di occupazione delle madri tra i 25 e 54 anni che si occupano di figli piccoli o parenti non autosufficienti è del 57% a fronte dell’ 89,3% dei padri.

Diversi sono gli strumenti che l’azienda può mettere in atto, dalla possibilità di agevolare la lavoratrice con flessibilità oraria o addirittura con modalità di lavoro smart working, oppure realizzare un piano di welfare che preveda, ad esempio, assistenza ai familiari.

Il riferimento legislativo è l’art. 51 comma 2 lettera f-ter del TUIR, contenente indicazioni sulle spese sostenute dal dipendente in favore dei suoi familiari, prestando attenzione che non è previsto il rimborso di spese in favore dello stesso lavoratore, per prestazioni di assistenza per familiari anziani o non autosufficienti.

Al trasporto ci penso io

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Un’attività che coinvolge tutti i lavoratori è lo spostamento casa-lavoro.
Il datore di lavoro che vuole intervenire in un ambito in cui può apportare notevoli benefici è proprio quello del tragitto casa-lavoro.

I servizi di trasporto collettivo vengono infatti disciplinati dall’articolo 51 comma 2d del Tuir, cui la Legge di Bilancio 2018 aggiunge il nuovo articolo d-bis:

“non concorrono a formare il reddito: d) le prestazioni di servizi di trasporto collettivo alla generalità o a categorie di dipendenti; anche se affidate a terzi ivi compresi gli esercenti servizi pubblici. d-bis) le somme erogate o rimborsate alla generalità o a categorie di dipendenti dal datore di lavoro o le spese da quest’ultimo direttamente sostenute, volontariamente o in conformità a disposizioni di contratto, di accordo o di regolamento aziendale, per l’acquisto degli abbonamenti per il trasporto pubblico locale, regionale e interregionale del dipendente e dei familiari indicati nell’articolo 12 che si trovano nelle condizioni previste nel comma 2 del medesimo articolo 12.”

Parafrasando la norma, quindi, le somme erogate o rimborsate alla generalità di lavoratori, ma anche a categorie degli stessi, dal datore di lavoro per procedere all’acquisto di abbonamenti per il trasporto pubblico non vengono inclusi nella formazione del reddito da lavoro.

In buona sostanza il datore di lavoro può decidere di intervenire in questa sfera apportando un beneficio immediato ai lavoratori che non devono provvedere di tasca propria all’acquisto dell’abbonamento e godere a sua volta dei classici vantaggi fiscali previsti dall’adozione di un piano welfare, in linea generale la completa deducibilità dell’importo qualora il piano sia nato da un accordo con i sindacati e pari invece al 5 per mille del totale se l’iniziativa è unilaterale da parte del datore di lavoro.

Ricapitolando, il datore di lavoro che voglia inserire come strumento di welfare l’erogazione del trasporto deve tener conto dei seguenti vincoli:

  • rivolgersi alla generalità o a intere categorie di dipendenti;
  • sottoscrivere un accordo sindacale o, in alternativa un regolamento aziendale sottoscritto dal datore di lavoro e dai dipendenti interessati;
  • aver cura che siano abbonamenti a servizi di trasporto pubblico locale realizzati dal servizio pubblico o in convenzione con privati, regionale e interregionale;
  • aver cura che gli abbonamenti riguardino periodi “ampi” quali mensili, plurimensili e annuali; escludendo totalmente i biglietti orari o giornalieri.

L’erogazione del datore di lavoro può avvenire pagando direttamente il costo dell’abbonamento all’azienda di trasporto oppure decidere di rimborsare quanto speso direttamente dal lavoratore purché esibisca idonea documentazione fiscale attestante la spesa sostenuta.

Il vantaggio in questa operazione attuata dal datore di lavoro è legata inoltre al fatto che se il lavoratore volesse detrarsi dal reddito complessivo IRPEF l’importo sostenuto per l’acquisto di abbonamento al trasporto pubblico, potrebbe farlo con una duplice limitazione: il 19% delle spese sostenute fino ad un limite annuo non superiore a 250,00 euro.

Nel caso in cui, invece, sia il datore di lavoro erogando l’abbonamento non vi è alcun limite di spesa, pertanto il lavoratore gode di un beneficio notevole.

I soldi fanno la felicità?

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Se venisse posta questa domanda senza avere possibilità di riflettere, probabilmente la risposta secca sarebbe “, i soldi fanno la felicità”.

In ambito lavorativo, quindi, la diretta conseguenza sarebbe quella di preferire un aumento economico rispetto all’introduzione di un piano welfare con l’attivazione di servizi.

In realtà il denaro contribuisce alla felicità meno e molto più indirettamente di quanto si possa immaginare, e addirittura c’è chi sostiene il contrario: è del 1974 il cosiddetto paradosso di Easterlin, in cui l’economista americano sostiene che oltre una certa soglia di reddito pro capite, ulteriori aumenti dello stesso anziché accrescere o stabilizzare il livello della felicità individuale provocano diminuzioni della stessa.

Chiariamo un punto fondamentale: è evidente che avere una certa tranquillità economica possa influire positivamente anche sull’aspetto psicologico, ma a rendere felici le persone non sono tanto i soldi, ma come vengono spesi e, allo stesso tempo, il benessere della popolazione non dipende tanto dal denaro a disposizione, ma anche dai rapporti sociali, dalle condizioni ambientali, dalla salute, dall’istruzione, dalla partecipazione alla vita politica e dalle attività personali.

Questo perché una felicità basata su beni materiali è effimera: dopo aver acquistato un paio di scarpe, banalizzando, ci si sente appagati sul momento, ma dopo qualche tempo questa sensazione svanisce e torna il desiderio di procedere con un nuovo acquisto.

Procedendo in questo senso il desiderio non sarà mai appagato totalmente e i soldi non saranno mai sufficienti per esprimere ogni desiderio.

Allo stesso tempo, qual è il bene più prezioso che non si può comprare? Il tempo.

In un mondo così frenetico i soldi devono realmente essere utilizzati per comprare il tempo: un dipendente che impiega molto tempo per recarsi al lavoro, probabilmente sarà più felice se potrà godere di un orario flessibile o addirittura lavorare in modalità smart working piuttosto di ricevere un aumento economico fine a sé stesso.

La vera felicità, o quanto meno il benessere di ogni individuo, passa attraverso la sensazione di avere una qualità di vita “buona” e in questo le aziende, con un piano welfare, possono contribuire notevolmente.

Per attuare quanto sopra deve esserci un cambio di mentalità in cui l’azienda mette al primo posto le persone in quanto tali, con aspirazioni, obiettivi, esigenze e non le consideri meri lavoratori atti solo al raggiungimento di un profitto.

In fin dei conti un lavoratore soddisfatto è una persona soddisfatta.

La gestione della privacy nello smart working

Il mio contributo per Well Work

L’esecuzione del rapporto di lavoro in modalità agile, detto anche smart working, implica un’attenzione particolare alla corretta gestione dei dati trattati e dunque l’obbligo, per il datore di lavoro, di prevedere misure tecniche ed organizzative adeguate al fine di garantire la sicurezza informatica.

In egual modo sarà essenziale l’atteggiamento del lavoratore e la sua responsabilizzazione, il quale dovrà essere edotto circa i comportamenti da adottare per prevenire i rischi connessi alla vulnerabilità informatica considerando le diverse postazioni in cui può eseguire la prestazione lavorativa.

Una corretta gestione privacy all’interno dello svolgimento del rapporto di lavoro in questa modalità, va di pari passo con la stesura di un regolamento aziendale legato quanto menoall’utilizzo di internet e della posta elettronica, nonché dei dispositivi di lavoro, e la corretta trasmissione e conservazione dei relativi dati.

Questo passaggio è fondamentale perché, come abbiamo già trattato nei vari contributi, l’esecuzione del rapporto di lavoro in modalità agile non prevede una postazione fissa di lavoro, pertanto, nel momento in cui il lavoratore decide di lavorare ad esempio in uno spazio di coworking, è potenzialmente esposto al rischio di attacchi esterni.

Vediamo quali misure minime possono essere adottate.

All’interno del regolamento aziendale il datore di lavoro dovrà indicare le misure che il lavoratore dovrà adottare in ogni fase del trattamento del dato: dalla acquisizione, all’aggiornamento e conservazione nonché le modalità di eventuale diffusione del dato stesso.

Accanto a queste attività devono essere previste delle misurepuramente informatiche e tecnologiche.

A titolo esemplificativo e non esaustivo il lavoratore deve essere correttamente informato sulla gestione degli strumenti di lavoro, in modo che questi vengano utilizzati solo per scopi legati all’attività lavorativa e in modo esclusivo da un singolo utente.

Quindi i device usati devono essere protetti sotto ogni punto di vista: indispensabile l’antivirus e un sistema di backup ed anche, se può sembrare ovvio, un’adeguata password. A tal proposito, l’azienda dovrebbe dotarsi di una policy legata alla scelta dei criteri di adozione delle credenziali per evitare che il lavoratore basi la sua scelta su informazioni facilmente intuibili, diventando così attaccabile.

Di base queste regole coinvolgono quasi tutti i lavoratori, ma nel caso dello smart worker, proprio per la varietà di luoghi che può frequentare durante lo svolgimento del proprio lavoro, è necessario che siano ben delineate le regole da seguire affinché vi sia un’adeguata protezione del datostesso.

Il lavoro nobilita la donna!

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Recentemente, l’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, ha pubblicato un interessante focus sull’occupazione femminile.

Sintetizzando quanto riporta l’analisi, è emerso che le donne, principalmente madri, non occupano un ruolo attivo nel mondo del lavoro e, qualora invece siano occupate, hanno un rapporto part time.

Le conseguenze di una simile contrazione sono notevoli, e hanno ripercussioni tanto nella vita personale di ogni donna, quanto in quella familiare e sociale.

Anche se è un aspetto meno tangibile non possiamo scordare la soddisfazione personale: il lavoro nobilita l’uomo, anche se nel nostro caso, la donna! In effetti, fare un lavoro per il quale si è studiato, o anche solo essere impegnati in un’attività che piace e fa sentire utili, rende appagati. Dover rinunciare, ovviamente, porta l’inevitabile conseguenza dell’insoddisfazione.

Al tempo stesso, se le generazioni precedenti potevano permettersi che fosse solo l’uomo a lavorare, al giorno d’oggi, considerando le spese che una famiglia deve sostenere, tra mutuo, bollette, salute ed educazione dei figli, è difficile pensare di poter avere un solo stipendio, ma capita, invece, che non essendoci delle strutture adeguate alla cura dei bambini, le donne debbano scegliere tra il lavoro e la famiglia.

Si genera così un circolo vizioso.

Non vi è dubbio che in primo luogo debba essere lo Stato a preoccuparsi di garantire un servizio efficiente e possibilmente economico per la cura dei bambini di tutte le fasce d’età, evitando così che il disservizio provochi la decisione di uno dei due genitori di rinunciare al proprio lavoro per accudire i figli, con tutto ciò che comporta l’uscita dal mondo del lavoro.

Ancora una volta le aziende possono essere i partner ideali, intervenendo per agevolare e migliorare la vita dei loro lavoratori. In fin dei conti il welfare serve a questo: portare benessere.

Tanti sono i servizi che l’azienda può erogare: dall’inserimento all’interno della propria struttura di uno spazio dedicato all’asilo per i bambini dei propri dipendenti, oppure stipulare convenzioni con strutture situate nei pressi del luogo di lavoro in modo da far risparmiare tempo durante il tragitto ai propri lavoratori.

Un’altra possibile soluzione, e forse quella che permette meno stravolgimenti, risultando altresì di più immediata attuazione, è l’introduzione dello smart working, dando la possibilità ai lavoratori di scegliere il luogo di lavoro in modo da conciliare nel miglior modo possibile tutte le attività lavorative e personali.