Datore di lavoro in regime forfettario: adempimenti e gestione delle ritenute

Come deve comportarsi il datore di lavoro in regime forfettario? Cosa fare con le ritenute fiscali? E quali dichiarazioni fiscali compilare

datore lavoro regime forfettario

Pubblichiamo di seguito la guida scritta per Lavoro e Diritti

Con l’estensione dell’importo dei ricavi o dei compensi percepiti numerosi sono i contribuenti persone fisiche, esercenti attività d’impresa, arti o professioni che dal 1° gennaio 2019 hanno deciso di aderire al regime forfettario. L’articolo 1 della legge 30 dicembre 2018 numero 145 modifica la disciplina del regime forfettario prevedendone l’accesso a coloro che nell’anno precedente hanno conseguito ricavi ovvero compensi non superiori a 65.000 euro.

Modifica importante che ha eliminato i requisiti previsti precedentemente necessari ai fini dell’accesso al regime agevolato come ad esempio i valori dei ricavi e/o compensi percepiti differenziati sulla base del codice ATECO. L’ulteriore modifica che non è più motivo di esclusione dal regime è l’aver sostenuto spese legate a lavoro accessorio, per lavoratori dipendenti e collaboratori per un ammontare superiore complessivamente a 5.000 euro lordi.

È evidente che ampliando il totale dei compensi ed eliminando l’importo di cui sopra numerose saranno le figure che occuperanno personale dipendente. Ma come deve comportarsi il datore di lavoro in regime forfettario con dipendenti in qualità di sostituto d’imposta? Cosa fare con le ritenute fiscali? Ecco cosa c’è da sapere.

Datore di lavoro in regime forfettario: cosa fare

Si deve partire dal comma 69 dell’art. 1 legge n. 190/2014 il quale espressamente esclude i contribuenti forfettari dalla qualifica di sostituto d’imposta.  Questo significa che “non sono tenuti a operare le ritenute alla fonte di cui al titolo III del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, e successive modificazioni; tuttavia, nella dichiarazione dei redditi, i medesimi contribuenti indicano il codice fiscale del percettore dei redditi per i quali all’atto del pagamento degli stessi non è stata operata la ritenuta e l’ammontare dei redditi stessi”.

Calato nei fatti questo significa che durante il rapporto di lavoro il datore di lavoro non è tenuto ad effettuare la trattenuta, ed il relativo versamento, delle ritenute fiscali ai propri dipendenti, non assumendo così la veste di sostituto d’imposta.

Ciò significa che al momento dell’erogazione della retribuzione si indicherà la ritenuta previdenziale, ma non quella fiscale. Questo emerge anche dal parere fornito dalla Fondazione Studi dei consulenti del lavoro.

Leggi anche: Regime forfettario 2019: regole, pro e contro del regime fiscale agevolato

E le addizioni calcolate nel 2018?

Rimane un dubbio. Il datore di lavoro che nel 2018 non era forfettario, quindi assumeva la veste di sostituto d’imposta al momento del conguaglio fiscale ha prontamente calcolato le addizionali 2018, le quali vengono versate a rate nell’anno successivo.

Anno, il 2019 in cui il datore di lavoro rientra nel regime forfettario. Come si deve comportare con quegli importi?

È sicuramente necessario un chiarimento da parte dell’Agenzia delle Entrate. Allo stato attuale il datore di lavoro, forfettario, anche se non riveste la carica di sostituto d’imposta dovrà comunque riportare nella propria dichiarazione dei redditi il codice fiscale del soggetto percettore del compenso per il quale non è stata versata la ritenuta d’acconto e l’ammontare del compenso corrisposto.

Obbligo di comunicazione nella dichiarazione dei redditi

Compilando apposito quadro, RS, dell’Unico, indicando il codice fiscale di chi ha percepito il compenso per il quale non è stata operata la ritenuta.

Il datore di lavoro rilascerà al lavoratore la dichiarazione con i dati riferiti ai compensi corrisposti, ma sui quali non sono state effettuate ritenute. Nella Certificazione Unica compilerà la sezione legata ai assistenziali e previdenziali; mentre rimarrà escluso dalla compilazione ed invio del modello 770 non avendo dati fiscali da dichiarare.

Obblighi del lavoratore con datore di lavoro forfettario

Fino all’anno scorso il lavoratore era esonerato dal calcolo e dal versamento dell’IRPEF; queste operazioni infatti ricadevano in capo al datore di lavoro in qualità di sostituto d’imposta. Da quest’anno il lavoratore dipendente di un datore di lavoro in regime forfettario si trova in una posizione “scomoda”.

Ricade infatti su di sé l’obbligo di effettuare la propria dichiarazione dei redditi per assoggettare fiscalmente quanto percepito nell’anno fiscale di competenza.

Fattura elettronica per regime forfettario e dei minimi: cosa c’è da sapere


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Regime forfettario e dei minimi sono esonerati dall’obbligo di fattura elettronica; vi sono però dei casi di esclusione e alcune cose importanti da sapere.

Dal primo gennaio uno degli argomenti più caldi è certamente la fattura elettronica; atteggiamenti differenti hanno accolto insieme al nuovo anno il nuovo adempimento: chi ha accolto preparato la e-fattura e chi invece ha sperato fino all’ultimo secondo in una proroga per cercare di sfuggire ad un nuovo adempimento. Nessuna proroga, o differimento dei termini e allo scoccare del 2019 abbiamo iniziato a fare i conti con la fatturazione elettronica.

Fino al 31 dicembre dello scorso anno fatte salve alcune eccezioni riguardanti specifiche tipologie di operazioni effettuate nei settori dei carburanti e dei subappalti pubblici, l’obbligo di emettere la fattura in formato elettronico era previsto esclusivamente per le operazioni effettuate nei confronti della Pubblica Amministrazione. Dal 01 gennaio 2019, invece, l’obbligo di fattura digitale è stato esteso alla generalità delle operazioni effettuate nei confronti di soggetti passivi IVA, nonché nei confronti di privati consumatori. Restano escluse dall’obbligo in argomento le operazioni effettuate da o nei confronti di soggetti esteri, ossia soggetti non residenti, non stabiliti e identificati ai fini IVA senza stabile organizzazione in Italia.

Fattura elettronica: cos’è e come funziona

Il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate 30.4.2018 n. 89757 definisce la fattura elettronica come un documento informatico:

  • emesso in formato strutturato XML;
  • conforme alle specifiche tecniche approvate dallo stesso provvedimento;
  • trasmesso per via telematica al Sistema di Interscambio (SdI);
  • recapitato dal SdI al soggetto ricevente.

In mancanza di tali requisiti, la fattura si considera non emessa.

Cosa contiene

Sempre lo stesso provvedimento riporta che la fattura elettronica debba ritenere necessariamente i seguenti elementi:

  • obbligatori di cui all’art. 21 o 21-bis del DPR 633/72 (a seconda che si tratti di una fattura ordinaria o semplificata), in quanto elementi fiscalmente rilevanti;
  • informazioni obbligatorie indicate nelle specifiche tecniche allegate allo stesso provvedimento;
  • eventuali informazioni facoltative, previste dalle stesse specifiche tecniche, volte ad agevolare la gestione digitalizzata dei flussi di fatturazione.

Fatturazione elettronica, chi è esonerato

Ai sensi dell’articolo 3, comma 3, D.Lgs. 127/2015, così come modificato dall’articolo 1, comma 909, L. 205/2017, in relazione all’obbligo di emissione della fattura in formato elettronico, beneficiano dell’esonero le imprese e i lavoratori autonomi che rientrano nei regimi agevolati esonerati dall’applicazione dell’imposta:

  • Regime di vantaggio (di cui all’articolo 27, commi 1 e 2, D.L. 98/2011, convertito, con modificazioni, dalla 111/2011);
  • Regime forfettario di cui all’articolo 1, commi da 54 a 89, L. 190/2014.

In tal senso è bene sottolineare che regime di vantaggio e forfettario sono esonerati dall’obbligo di fatturazione elettronica, ma nulla vieta loro di usare la e-fattura.

In particolar modo il regime forfettario offre delle opportunità di accesso differenti rispetto allo scorso anno e per questo motivo alcuni contribuenti hanno valutato la possibilità di modificare regime. Prima di vedere come funziona la fatturazione elettronica per il regime forfettario, rivediamo in breve le caratteristiche di questo regime agevolato.

Regime forfettario e fattura elettronica

Fino allo scorso anno per accedere era necessario soddisfare i seguenti requisiti:

  • ricavi e compensi percepiti differenziati a seconda dell’attività esercitata;
  • spese per lavoro dipendente ed assimilati non superiori a 5.000 Euro lordi;
  • beni strumentali di costo complessivo non superiore a 20.000 Euro al lordo degli ammortamenti.

La Legge di Bilancio snellisce invece ad un unico requisito portando il nuovo limite di fatturato pari a 65.000 Euro indipendentemente dall’attività svolta. L’aumento del fatturato, essendo il solo unico requisito richiesto, ha dato effettivamente l’opportunità di modificare il regime di appartenenza, come approfondito nell’apposita guida, aggiungendo anche l’esonero dall’emissione di fatturazione elettronica.

Leggi anche: Regime forfettario 2019: regole, pro e contro del regime fiscale agevolato

Esonero emissione fattura elettronica regime forfettario e dei minimi (tranne verso la PA)

A onor del vero c’è da specificare che l’esonero dalla fatturazione elettronica non è un divieto; per questo motivo i contribuenti in regime di vantaggio o forfettario possono comunque emettere fatture elettroniche come tutti gli altri operatori economici.

Ovviamente non essendovi un obbligo il contribuente forfettario può decidere di adeguarsi qualora vi sia una richiesta specifica del committente uniformandosi alla sua policy. Mentre è in ogni caso obbligato nel momento in cui intrattiene rapporti con la Pubblica Amministrazione.

Fatture ricevute regime forfettario

Se nel caso di emissione della fattura la questione si risolve abbastanza rapidamente, si deve invece fare un ragionamento ulteriore per le fatture ricevute; soprattutto in merito alla necessità o meno di procedere alla conservazione a norma delle fatture elettroniche.

L’Agenzia delle Entrate chiarisce il punto nella seguente Faq “Come stabilito dall’articolo 1 del d.Lgs. n. 127/15, l’operatore Iva residente o stabilito è obbligato ad emettere la fattura elettronica anche nei rapporti con i consumatori finali (B2C) e a consegnare agli stessi una copia della fattura elettronica emessa, in formato analogico o elettronico, salvo che il cliente non rinunci ad avere tale copia.

Inoltre si sottolinea che, tanto i consumatori finali persone fisiche quanto gli operatori che rientrano nel regime forfettario o di vantaggio, quanto i condomini e gli enti non commerciali, possono sempre decidere di ricevere le fatture elettroniche emesse dai loro fornitori comunicando a questi ultimi, ad esempio, un indirizzo Pec (sempre per il tramite del Sistema di Interscambio).

Come conservare le fatture ricevute

Gli operatori che rientrano nel regime di vantaggio o nel regime forfettario e gli operatori identificati (anche attraverso rappresentante fiscale) in Italia non hanno, invece, l’obbligo di emettere le fatture elettroniche; tali soggetti non hanno neppure l’obbligo di conservare elettronicamente quelle ricevute nel caso in cui il soggetto non comunichi al cedente/prestatore la Pec ovvero un codice destinatario con cui ricevere le fatture elettroniche.”

La faq è effettivamente molto chiara, pertanto il contribuente che aderisce al regime forfettario ha due possibilità:

  • richiedere copia della fattura in modalità cartacea risultando così esonerato dagli obblighi di conservazione. Ricordiamo che avrà in ogni caso la possibilità di scaricare la fattura elettronica nella propria area riservata del portale “fatture e corrispettivi” presente all’interno del sito dell’Agenzia delle Entrate;
  • comunicare Pec o codice destinatario alla stregua di tutti gli altri soggetti, attivando così l’obbligo di conservazione

Regime forfettario 2019: regole, pro e contro del regime fiscale agevolato


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La legge di bilancio ha ampliato i requisiti di accesso al regime forfettario 2019, vediamo come funziona e i pro e i contro del regime fiscale agevolato.

Introdotto in origine dalla Legge 190/2014, la Manovra 2019 apporta alcune significative modifiche al regime forfettario 2019 semplificando notevolmente i requisiti di accesso, lasciando come unico vincolo il limite di ricavi e innalzando la soglia a 65 mila euro.

I commi da 9 a 11 della Legge di Bilancio per il 2019, Legge 145/2018, pertanto modifica alcuni parametri legati all’accesso al regime fiscale agevolato forfettario.

Regime forfettario 2019: requisiti

Il funzionamento rimane sostanzialmente inalterato rispetto alla previsione previgente, ciò che viene profondamente modificato è il limite di ricavo per accedere al regime stesso.

Precedentemente, fino cioè al 2018, per accedere era necessario soddisfare i seguenti requisiti:

  • ricavi e compensi percepiti differenziati a seconda dell’attività esercitata;
  • spese per lavoro dipendente ed assimilati non superiori a 5.000 Euro lordi;
  • beni strumentali di costo complessivo non superiore a 20.000 Euro al lordo degli ammortamenti.

La Legge di Bilancio snellisce invece ad un unico requisito portando il nuovo limite di fatturato pari a 65.000 Euro indipendentemente dall’attività svolta, riscrivendo quindi il nuovo comma 54 della L. 190/2014 nel modo seguente:

“i contribuenti persone fisiche esercenti attività di impresa, arti o professioni applicano il regime forfettario di cui al presente comma e ai commi da 55 a 89 del presente articolo, se nell’anno precedente hanno conseguito ricavi ovvero hanno percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 65.000 Euro”.

Viene, quindi, innalzato il suddetto reddito ma rimangono costanti dalla versione precedente i coefficienti di redditività.

Coefficiente di redditività forfettario 2019

Se prima in relazione all’attività svolta ed al codice Ateco 2007 di appartenenza era legato oltre al coefficiente di redditività anche il relativo ricavo/compenso, ora la tabella viene così modificata:

Gruppo di settoreCodici attività ATECOCoefficiente di Redditività
Industrie alimentari e delle bevande(10 – 11)40%
Commercio all’ingrosso e al dettaglio45 – (da 46.2 a 46.9) –
(da 47.1 a 47.7) – 47.9
40%
Commercio ambulante di prodotti alimentari e bevande47.8140%
Commercio ambulante di altri prodotti47.82 – 47.8954%
Costruzioni e attività immobiliari(41 – 42 – 43) – (68)86%
Intermediari del commercio46.162%
Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione(55 – 56)40%
Attività Professionali, Scientifiche, Tecniche, Sanitarie, di Istruzione, Servizi Finanziari ed Assicurativi(64 – 65 – 66) – (69 – 70 -71 – 72 – 73 – 74 – 75)
(85) – (86 – 87 – 88)
78%
Altre attività economiche(01 -02 – 03) – (05-06-07-08- 09) –  (12 – 13 – 14- 15 – 16 – 17 – 18 -19 – 20- 21 – 22 – 23 – 24- 25 – 26- 27 – 28 – 29 – 30- 31 – 32 – 33) –(35) – (36 – 37 – 38 – 39) – (49 – 50 – 51 – 52 – 53) – (58 – 59- 60-61 -62 – 63) – (77 – 78 – 79 – 80- 81 – 82) – (84) – (90 -91 -92 – 93) – (94 – 95- 96) – (97 – 98) – (99) 67%

Il reddito determinato con i coefficienti di redditività non partecipa al reddito complessivo, dal quale si devono sottrarre i contributi previdenziali versati e su questa differenza si applica l’imposta sostitutiva del 15%, anche se in alcuni casi l’aliquota può scendere al 5%.

Imposta sostitutiva al 15% o al 5%, le differenze

Se in linea generale l’aliquota applicata è del 15%, ai sensi del comma 6 L. 190/2014, per il periodo d’imposta legato all’inizio della nuova attività e per i successivi 4 è possibile applicare l’imposta ridotta pari al 5%, purché vi sia il rispetto di alcune condizioni:

  • L’attività esercitata non sia la mera prosecuzione di attività svolta precedentemente sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, la sola eccezione è che il periodo precedentemente svolto sia legato alla pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni;
  • Il contribuente non abbia esercitato nei 3 anni precedenti l’inizio dell’attività, attività artistica, professionale o d’impresa, anche in forma associata o familiare;
  • Nel caso vi sia prosecuzione di attività svolta in precedenza da altro soggetto deve in ogni caso essere rispettato il limite di ricavi o compensi previsti per il regime stesso.

Pro e contro del regime forfettario

L’applicazione dell’imposta sostitutiva può essere considerata vantaggiosa in quanto in linea generale consente di quantificare in modo più agile gli esborsi legati all’imposta stessa, ma contestualmente vi sono anche alcuni aspetti negativi.

Il primo è legato al fatto che con l’applicazione di un’imposta sostitutiva non possono essere portati né in deduzione né in detrazione gli oneri sostenuti dal contribuente. Pertanto, a parte i contributi previdenziali che vengono dedotti dal reddito, diminuendo quindi anche la base a cui si applica l’imposta, tutte le altre spese sostenute, quali ad esempio interessi passivi sul mutuo, spese sanitarie, importi destinati alla previdenza complementare, non possono essere considerate né come deduzione né come detrazione.

In linea generale, quindi, chi sostiene parecchi costi ha maggior interesse a rimanere nel regime ordinario anziché cambiare per il forfettario.

Questa è sicuramente un aspetto da considerare nella valutazione di accesso o meno a questo regime.

Due sono gli ulteriori aspetti da considerare nella scelta: il primo è legato al fatto che il regime forfettario è esonerato dall’obbligo di emissione della fattura elettronica. Il secondo, invece, ha a che fare con l’applicazione dell’IVA.

Il regime forfettario esegue infatti operazioni fuori dal campo IVA, ciò significa che da un lato all’interno delle sue fatture non esporrà l’IVA e quindi al tempo stesso non ha diritto a detrarre l’importo legato alle spese sostenute, trasformandosi quindi in un puro costo.

Se fino ad ora abbiamo effettuato una valutazione di massima circa la convenienza, bisogna fare attenzione ai casi in cui assolutamente non si può accedere al regime.

Casi di esclusione dal forfettario

I casi di esclusione per cui non si può usufruire del regime sono:

  • avvalersi di regimi speciali ai fini IVA;
  • risultano non residenti;
  • effettuano in via esclusiva o prevalente cessioni di immobili, terreni edificabili, e di mezzi di trasporto nuovi;
    partecipano a società di persone, associazioni professionali o ser trasparenti ex art. 116, TUIR.

L’ultimo punto corretto nella Legge di Bilancio prevede che non tutte le partecipazioni sono ostative, ma quelle strettamente connesse all’attività del socio.

Di conseguenza se la partecipazione riguarda una società che svolge attività differente rispetto a quella del socio non vi è incompatibilità ed allo stesso modo qualora l’attività sia connessa ma la partecipazione è minoritaria.

Soprattutto in riferimento all’ultimo punto saranno necessari chiarimenti tempestivi dell’Agenzia delle Entrate.

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