Il lavoro nobilita la donna!

Il mio contributo per Well Work

Recentemente, l’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, ha pubblicato un interessante focus sull’occupazione femminile.

Sintetizzando quanto riporta l’analisi, è emerso che le donne, principalmente madri, non occupano un ruolo attivo nel mondo del lavoro e, qualora invece siano occupate, hanno un rapporto part time.

Le conseguenze di una simile contrazione sono notevoli, e hanno ripercussioni tanto nella vita personale di ogni donna, quanto in quella familiare e sociale.

Anche se è un aspetto meno tangibile non possiamo scordare la soddisfazione personale: il lavoro nobilita l’uomo, anche se nel nostro caso, la donna! In effetti, fare un lavoro per il quale si è studiato, o anche solo essere impegnati in un’attività che piace e fa sentire utili, rende appagati. Dover rinunciare, ovviamente, porta l’inevitabile conseguenza dell’insoddisfazione.

Al tempo stesso, se le generazioni precedenti potevano permettersi che fosse solo l’uomo a lavorare, al giorno d’oggi, considerando le spese che una famiglia deve sostenere, tra mutuo, bollette, salute ed educazione dei figli, è difficile pensare di poter avere un solo stipendio, ma capita, invece, che non essendoci delle strutture adeguate alla cura dei bambini, le donne debbano scegliere tra il lavoro e la famiglia.

Si genera così un circolo vizioso.

Non vi è dubbio che in primo luogo debba essere lo Stato a preoccuparsi di garantire un servizio efficiente e possibilmente economico per la cura dei bambini di tutte le fasce d’età, evitando così che il disservizio provochi la decisione di uno dei due genitori di rinunciare al proprio lavoro per accudire i figli, con tutto ciò che comporta l’uscita dal mondo del lavoro.

Ancora una volta le aziende possono essere i partner ideali, intervenendo per agevolare e migliorare la vita dei loro lavoratori. In fin dei conti il welfare serve a questo: portare benessere.

Tanti sono i servizi che l’azienda può erogare: dall’inserimento all’interno della propria struttura di uno spazio dedicato all’asilo per i bambini dei propri dipendenti, oppure stipulare convenzioni con strutture situate nei pressi del luogo di lavoro in modo da far risparmiare tempo durante il tragitto ai propri lavoratori.

Un’altra possibile soluzione, e forse quella che permette meno stravolgimenti, risultando altresì di più immediata attuazione, è l’introduzione dello smart working, dando la possibilità ai lavoratori di scegliere il luogo di lavoro in modo da conciliare nel miglior modo possibile tutte le attività lavorative e personali.

Houston, abbiamo un problema!

Il mio contributo per Well Work

“Houston abbiamo un problema” è la tipica frase utilizzata quando ci si trova di fronte ad una situazione imprevista, ad un problema che sembra senza soluzione.

È noto che quando c’è un problema questo diventa l’unica cosa a cui si pensa, intasando la mente, con la tendenza ad ingigantire la situazione e pensando addirittura che non vi possa essere soluzione: un circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire.

Questo succede sia quando il problema è personale sia quando è lavorativo: la mente non è lucida, si perde concentrazione, si commettono più errori e diventando complicata anche la routine lavorativa.

Se quando viene riscontrato un problema fisico ci si rivolge ad uno specialista, la stessa cosa dovrebbe essere fatta quando il problema è psicologico. Invece è ancora raro rivolgersi ad uno psicologo: principalmente per la convinzione di poter risolvere tutto da soli e secondariamente perché una decisione di questo tipo crea tutt’ora un ingiustificato disagio.

Ma se questo disagio si riversa nell’attività lavorativa, perché non inserire la figura dello psicologo in azienda come politica di welfare?

Proporre uno spazio di ascolto dedicato ai dipendenti è un forte segnale di interesse da parte dell’azienda verso il benessere dei suoi lavoratori.

I lavoratori possono in questo modo parlare liberamente affrontando e approfondendo le complesse dinamiche lavorative e perché no, anche personali.

Affrontare problemi che sembrano insormontabili fa leva sugli aspetti dell’autovalutazione, dell’autostima e consapevolezza rispetto alle fonti di stress; il lavoratore in questo modo non si sente solo nel suo disagio, forte anche del segreto professionale cui è tenuto lo psicologo.

Lavorando così sulle fonti di stress il lavoratore sarà più sereno, la sua mente più lucida e la capacità di concentrazione e di produttività più alta.

Apparentemente il vantaggio di inserire questa figura sembra essere solo per il lavoratore, in realtà ne beneficia anche l’azienda. In primo luogo, può essere un modo per monitorare il clima aziendale diventando uno strumento di tutela per la salute psicofisica dei suoi lavoratori impattando sulla riduzione dei tassi di incidenza di infortuni ed errori: un lavoratore sereno e concertato è meno esposto a rischi.

Allo stesso tempo avere dipendenti sani influisce positivamente riducendo i costi legati all’assenteismo, al turnover e alla bassa produttività.

Flexible benefit: tutti i vantaggi nell’erogazione di beni e servizi

Il mio contributo per Well Work

I”flexible benefits” rappresentano una misura di welfare costituita da beni, servizi e prestazioni non monetariemesse a disposizione ai lavoratori dal datore di lavoro.

Diventa così una modalità alternativa, ed integrativa, di retribuzione avente lo scopo di aumentare il potere di acquisto dei lavoratori ed agire sulla qualità della vita. Questo perché la parte variabile di retribuzione che potrebbe essere concessa al lavoratore viene sostituita da un paniere di servizi e beni in natura che il lavoratore avrebbe acquistato per sostenere spese personali e familiari.

Il datore di lavoro mette così a disposizione, direttamente o per il tramite di fornitori esterni, un budget di spesa destinato alla formazione del paniere dei servizi che ogni lavoratore può comporre a suo piacimento.

All’interno del paniere possiamo ricondurre i benefit non tassabili individuati tassativamente dall’art. 51 TUIR, ne fanno ad esempio parte:

  • acquisto di abbonamenti a cinema o a teatri;
  • sottoscrizione di polizze sanitarie o di previdenza complementare;
  • iscrizione a corsi di formazione;
  • erogazione di forme di trasporto collettivo;
  • voucher e buoni di acquisto.

Dall’elenco si evince che le erogazioni devono essere connotate dalle finalità di eduzione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria o culto, e rientrando in un piano welfare essere messe a disposizione direttamente dal datore di lavoro o, nel caso di strutture esterne all’azienda, solo se il dipendente rimane estraneo al rapporto economico che intercorre tra l’azienda e il terzo erogatore del servizio. Come tutti i piani welfare, anche in questa soluzione, l’erogazione deve essere prevista per la generalità di lavoratori o categorie omogenee.

In questo modo i vantaggi per i dipendenti sonoimmediatamente evidenti: si avvale di un servizio di cui avrebbe in ogni caso usufruito, ma senza aver alcuna incidenza sulla parte contributiva né tanto meno fiscale della retribuzione, riducendo così anche l’impegno economico dell’azienda.

Infine, l’introduzione di flexible benefits all’interno dell’azienda può non essere una mera decisione del datore di lavoro, ma una spinta esterna: è il caso del CCNL Metalmeccanici che già dal 2017 aveva previsto che per tutti i lavoratori doveva avvenire l’erogazione di “beni flessibili”, inizialmente con un importo pari a 100,00 Euro il primo anno, per arrivare al doppio nel 2019.

Il CCNL stabilisce solamente un principio di linea generale, che poi dovrà essere attuato dall’azienda.

In questo caso è bene ricordare che l’erogazione di welfare attraverso flexible benefits non è una mera scelta aziendale ma un vero e proprio dovere per il datore di lavoro, di adempiere correttamente al contratto.

Mens sana in corpore sano: la palestra in azienda

Il mio contributo per Well Work

È risaputo che praticare regolare attività fisica ha effetti positivi tanto sul fisico quanto sulla mente.

Se i risultati sul fisico sono evidenti, meno lampanti sono quelli sulla mente, ma tra gli effetti principali troviamo una maggiore ossigenazione cerebrale ed il rilascio di endorfine, che hanno la capacità di regalare piacere, gratificazione e felicità, facendo sopportare meglio lo stress.

Questi benefici si traducono in una maggiore concentrazione, facendo migliorare la memoria e l’apprendimento: in questo modo, più si mantiene alta la concentrazione durante l’esecuzione di un lavoro, minore sarà la possibilità di errore e meno tempo verrà impiegato nell’esecuzione dello stesso.

Molto spesso si pratica attività fisica per scaricare la tensione e lo stress, tanto che finito l’allenamento si è decisamente più rilassati e probabilmente i problemi che prima sembravano insormontabili, ora risultano facilmente risolvibili, grazie alla maggiore lucidità mentale.

Questo perché, quando il corpo è in movimento, il cervello, entra in uno stato di rilassamento dando vita a creatività ed intuizioni.

Praticare un’attività fisica costante, inoltre, migliora l’autostima: tutti i piccoli traguardi raggiunti esercitando costantemente un’attività fanno crescere la fiducia in noi stessi.

Spesso però solo l’idea di dover trovare tempo per andare in palestra genera ulteriore stress. Difficilmente si rinuncia a qualche ora di sonno per dedicarsi all’attività fisica di prima mattina e durante il giorno bisogna fare i conti con le attività lavorative, con una pausa pranzo risicata in cui non c’è tempo sufficiente per uscire dall’azienda e andare in palestra, con una vita personale da gestire, e con gli imprevisti che al giorno d’oggi fanno parte della quotidianità, così che, anche se si era programmato di dedicare un’ora all’attività fisica, si deve rinunciare per qualcosa, che sul momento sembra essere più importante ed urgente.

Visto che il principale problema sembra essere il tempo, la soluzione migliore è limitare il più possibile i tempi improduttivi: per fare ciò si può adibire un piccolo spazioall’interno dell’azienda, come la palestra.

Non è un progetto infattibile, in quanto alcuni studi hanno dimostrato che l’attività migliore per alzare il livello di concentrazione e ridurre al minimo lo stress è quella a basso impatto, come una camminata a ritmo regolare o la bicicletta con una pedalata costante.

In fin dei conti la maggior parte del tempo la si passa sul luogo di lavoro, e renderlo piacevole e trovare al suo interno anche uno spazio di svago, oltre al conseguimento dei benefici sopra menzionati, non può che fidelizzare il lavoratore.

Genitori meno stressati? Con il welfare si può!

Il mio contributo per Well Work

Mi capita spesso di sentire, per conto di genitori, affermazioni del tipo “da quando ho avuto un figlio è tutto uno stress”.

Sicuramente la nascita di un figlio è un evento tanto eccitante quanto sconvolgente: di punto in bianco tutte le abitudini vengono sconvolte e modificate, e non esiste null’altro di così importante.

Questa rivoluzione personale deve però incastrarsi nella vita reale ed anche con il lavoro.

I genitori, quindi, si trovano a dover fare i conti con quello che la normativa mette a loro disposizione, per poter cercare di conciliare i tempi.

Allo stato attuale, la nostra normativa prevede alcuni periodi di congedo tanto per la madre quanto per il padre.

Le ultime novità in materia riguardano la possibilità per la madre lavoratrice di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto ed entro i cinque mesi successivi allo stesso, anziché di godere di un periodo precedente, purché le sue condizioni di salute e quelle del nascituro lo consentano.

Per i lavoratori diventati papà nel 2019, invece, viene prevista la possibilità di richiedere fino a 5 giorni di astensione “obbligatoria” dal lavoro e uno facoltativo in sostituzione dell’astensione della madre, entro il quinto mese di vita del bambino.

Tali giorni possono essere utilizzati in modo frazionato e non continuativo, e possono essere fruiti anche in costanza del congedo di maternità della madre lavoratrice, diventando così un diritto autonomo del padre. Non è invece cumulabile con il congedo della madre il giorno in aggiunta per il padre, diventando così una facoltà del padre, da scomputare dai giorni di congedo della madre.

Probabilmente parte dello stress dei genitori nasce proprio dalla difficoltà di gestione dei figli contestualmente all’attività lavorativa.

Questo dato viene confermato analizzando le politiche a sostegno delle famiglie negli altri Stati, in cui a fare la differenza non è un singolo provvedimento, ma l’insieme di misure che coprono l’intero arco della vita, consentendo alle persone di prendersi cura dei bambini e di sostenerli anche dal punto di vista economico.

Gli elementi a cui più ambiscono i lavoratori sono la durata del congedo parentale, la percentuale di retribuzione, le malattie dei figli retribuite, la flessibilità sul lavoro e sovvenzioni per la cura dei bambini.

Avere lavoratori più felici e meno stressati dovrebbe essere il mantra aziendale, e proprio per questi motivi gli ambiti delineati sopra possono tranquillamente rientrare tra gli elementi da prendere in considerazione come base di partenza per un piano welfare.

In estrema sintesi avere un ambiente di lavoro positivo porta con sé migliori performance, maggiori soddisfazioni, traducendosi in un miglior servizio, attivando un processo virtuoso.

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