Contratti a termine: quando è obbligatoria la causale

Con la vigenza della legge di conversione del decreto Dignità, le imprese si interrogano sulla corretta applicazione delle causali, da specificare all’atto della stipula di un contratto a tempo determinato o di una proroga, soprattutto per non incorrere in eventuali provvedimenti sanzionatori. Quali sono quindi i motivi per i quali è possibile utilizzare un lavoratore a tempo determinato? Come viene regolamentato l’inserimento delle causali all’interno di un contratto a tempo? E quali sono i contratti per i quali non è richiesta l’indicazione della causale?

In merito alle modifiche apportate dalla legge di conversione (legge n. 96/2018) del decreto Dignità al contratto a tempo determinato, la preoccupazione principale per le aziende è la reintroduzione delle causali, da specificare all’atto della stipula di un contratto a tempo determinato o di una proroga, qualora la durata di quest’ultima vada a sforare i dodici mesi di durata massima del contratto a termine.
Vediamo, nello specifico, quali sono i motivi per i quali è possibile utilizzare un lavoratore a tempo determinato per un periodo superiore ai dodici mesi e come viene regolamentato l’inserimento delle causali all’interno di un contratto a tempo.

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Decreto Dignità e modifica al contratto a tempo determinato

Il contratto a tempo determinato è (o forse è meglio dire: era) uno strumento flessibile che poteva utilizzare il datore di lavoro per inserire personale all’interno del suo organico.

Con l’introduzione del Decreto Dignità le modifiche introdotte riguardano:

  • durata massima del singolo rapporto;
  • durata massima per sommatoria di più rapporti
  • proroghe e rinnovi.

Queste modifiche incidono specialmente in virtù del periodo di transizione che va dal 14.07.2018 al 31.10.2018.

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Patto di non concorrenza: definizione, corrispettivo, durata e territorio

 

Patto di non concorrenza

Pubblichiamo di seguito la guida scritta per Lavoroediritti.com

Guida completa al patto di non concorrenza nel rapporto di lavoro previsto dal codice civile art. 2125. Definizione, corrispettivo, durata e territorio.

Il patto di non concorrenza nel diritto del lavoro è una clausola contrattuale che può essere apposta nel contratto individuale di lavoro di comune accordo fra datore e lavoratore. Quando un rapporto di lavoro cessa sia per dimissioni che per licenziamento può nascere nel datore di lavoro il sospetto che il lavoratore abbia trovato una nuova occupazione presso la concorrenza, portando con sé conoscenze ed esperienze maturate all’interno della sua azienda.

Come può un datore di lavoro tutelarsi e cercare di evitare questa situazione? È ovvio che questo tipo di dubbio si insinua al termine del rapporto di lavoro; questo perchè in, in costanza il lavoratore per legge è assoggettato all’obbligo di fedeltà.

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