Consulenza Del Lavoro

• Amministrazione del personale: valutazione della tipologia contrattuale più vantaggiosa ed adatta alle esigenze aziendali.
• Consulenza personalizzata direttamente in azienda
• Assistenza alle imprese in sede di organizzazione aziendale e nella pianificazione dei costi;
• Stesura del regolamento aziendale;
• Assistenza e rappresentanza in sede di contenzioso con gli istituti previdenziali, assicurativi e ispettivi del lavoro;
• Piani di welfare aziendali studiati ad hoc per ogni azienda.

Elaborazione Cedolini Paga

• Elaborazione cedolini paga per ogni settore;
• Predisposizione delle distinte per il pagamento delle retribuzioni;
• Predisposizione della distinta di versamento Mod. F24 per i contributi previdenziali e fiscali;
• Compilazione ed invio telematico modello Uniemens;
• Gestione fondi di previdenza complementare;
• Prospetto ratei;
• Prospetto T.F.R.;
• Denunce Annuali: Autoliquidazione INAIL, C.U. e 770

Dimissioni On-Line

A partire dal 12 marzo 2016 le dimissioni volontarie e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro dovranno essere effettuate in modalità esclusivamente telematiche, tramite una semplice procedura online accessibile dal sito Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
È possibile procedere personalmente oppure per mezzo di soggetti abilitati, tra i quali, con l’entrata in vigore del D. Lgs. 185/2016, anche consulenti del lavoro.

Mens sana in corpore sano: la palestra in azienda

Il mio contributo per Well Work

È risaputo che praticare regolare attività fisica ha effetti positivi tanto sul fisico quanto sulla mente.

Se i risultati sul fisico sono evidenti, meno lampanti sono quelli sulla mente, ma tra gli effetti principali troviamo una maggiore ossigenazione cerebrale ed il rilascio di endorfine, che hanno la capacità di regalare piacere, gratificazione e felicità, facendo sopportare meglio lo stress.

Questi benefici si traducono in una maggiore concentrazione, facendo migliorare la memoria e l’apprendimento: in questo modo, più si mantiene alta la concentrazione durante l’esecuzione di un lavoro, minore sarà la possibilità di errore e meno tempo verrà impiegato nell’esecuzione dello stesso.

Molto spesso si pratica attività fisica per scaricare la tensione e lo stress, tanto che finito l’allenamento si è decisamente più rilassati e probabilmente i problemi che prima sembravano insormontabili, ora risultano facilmente risolvibili, grazie alla maggiore lucidità mentale.

Questo perché, quando il corpo è in movimento, il cervello, entra in uno stato di rilassamento dando vita a creatività ed intuizioni.

Praticare un’attività fisica costante, inoltre, migliora l’autostima: tutti i piccoli traguardi raggiunti esercitando costantemente un’attività fanno crescere la fiducia in noi stessi.

Spesso però solo l’idea di dover trovare tempo per andare in palestra genera ulteriore stress. Difficilmente si rinuncia a qualche ora di sonno per dedicarsi all’attività fisica di prima mattina e durante il giorno bisogna fare i conti con le attività lavorative, con una pausa pranzo risicata in cui non c’è tempo sufficiente per uscire dall’azienda e andare in palestra, con una vita personale da gestire, e con gli imprevisti che al giorno d’oggi fanno parte della quotidianità, così che, anche se si era programmato di dedicare un’ora all’attività fisica, si deve rinunciare per qualcosa, che sul momento sembra essere più importante ed urgente.

Visto che il principale problema sembra essere il tempo, la soluzione migliore è limitare il più possibile i tempi improduttivi: per fare ciò si può adibire un piccolo spazioall’interno dell’azienda, come la palestra.

Non è un progetto infattibile, in quanto alcuni studi hanno dimostrato che l’attività migliore per alzare il livello di concentrazione e ridurre al minimo lo stress è quella a basso impatto, come una camminata a ritmo regolare o la bicicletta con una pedalata costante.

In fin dei conti la maggior parte del tempo la si passa sul luogo di lavoro, e renderlo piacevole e trovare al suo interno anche uno spazio di svago, oltre al conseguimento dei benefici sopra menzionati, non può che fidelizzare il lavoratore.

Smartworking e telelavoro: sinonimi o contrari?

Il mio contributo per Well Work

Smart working e telelavoro, spesso, vengono utilizzati erroneamente come sinonimi.

Il telelavoro è definito come un tipo di lavoro caratterizzato dall’impiego di tecnologie informatiche e telematiche, effettuato a distanza dalla sede centrale dell’azienda, dalla quale viene però mantenuto il collegamento.

Introdotto con l’accordo interconfederale del 9 giugno 2004 (che recepisce l’accordo quadro europeo del 16 luglio 2002), la prestazione lavorativa è regolarmente svolta al di fuori dei locali dell’azienda ma da postazioni fisse ben definite, e da un certo punto di vista strettamente legato a tempi di lavoro della sede principale.

Questa prima forma di flessibilità nasce grazie alla continua evoluzione tecnologica.

A pensarci bene, qualche anno fa, le scrivanie negli uffici erano colme di oggetti, tutti indispensabili alla prestazione lavorativa: oltre al computer, il telefono, il fax, l’agenda, la rubrica telefonica, la calcolatrice. Al giorno d’oggi, invece, possiamo tranquillamente pensare di sostituire tutti questi oggetti con due: un computer e uno smartphone, ed avere comunque a disposizione tutto ciò che ci serve.

In quest’ottica diventa quasi superfluo avere una postazione fissa, ed è in parte anche il motivo per cui non ha decollato i telelavoro: non in tutti i casi si può adibire una parte di casa ad ufficio e, qualora il lavoratore debba uscire per raggiungere il luogo prescelto per svolgere la prestazione lavorativa, allora ritiene più utile recarsi in azienda, almeno può condividere con i colleghi tutto ciò che concerne il lavoro.

Partendo da questa premessa l’evoluzione del telelavoro è lo smart working.

Lo smart working, o lavoro agile, si caratterizza come una particolare modalità di svolgimento della prestazione lavorativa effettuata dai lavoratori anche mediante l’ausilio di strumenti tecnologici, sia all’interno sia all’esterno dei locali aziendali, senza una postazione fissa e senza precisi vincoli di orario, così come disciplinato dalla Legge n.
81/2017 che l’ha introdotto nel nostro ordinamento.

Scopo dello smart working è valorizzare l’autonomia del lavoratore, il quale autonomamente deve gestire tempi e spazi di lavoro, puntando sul raggiungimento di un determinato risultato svincolandosi quasi totalmente dal concetto di presenza fissa.

Lo scopo dello smart working è la duplice soddisfazione di lavoratore e azienda.
Il primo, potendo scegliere in quale luogo effettuare la prestazione lavorativa, soprattutto nei casi di distanza dall’azienda, riduce sicuramente tempo sottratto al lavoro e magari passato nel traffico aumentando i livelli di stress, conciliando maggiormente i tempi di vita-lavoro.
L’azienda, dal suo lato, può puntare su una maggiore competitività, in quanto la ricerca e la selezione di personale può essere estesa su tutto il territorio, e al contempo su una riduzione dei costi, in quanto lo spazio adibito ad ufficio si riduce notevolmente.

Genitori meno stressati? Con il welfare si può!

Il mio contributo per Well Work

Mi capita spesso di sentire, per conto di genitori, affermazioni del tipo “da quando ho avuto un figlio è tutto uno stress”.

Sicuramente la nascita di un figlio è un evento tanto eccitante quanto sconvolgente: di punto in bianco tutte le abitudini vengono sconvolte e modificate, e non esiste null’altro di così importante.

Questa rivoluzione personale deve però incastrarsi nella vita reale ed anche con il lavoro.

I genitori, quindi, si trovano a dover fare i conti con quello che la normativa mette a loro disposizione, per poter cercare di conciliare i tempi.

Allo stato attuale, la nostra normativa prevede alcuni periodi di congedo tanto per la madre quanto per il padre.

Le ultime novità in materia riguardano la possibilità per la madre lavoratrice di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto ed entro i cinque mesi successivi allo stesso, anziché di godere di un periodo precedente, purché le sue condizioni di salute e quelle del nascituro lo consentano.

Per i lavoratori diventati papà nel 2019, invece, viene prevista la possibilità di richiedere fino a 5 giorni di astensione “obbligatoria” dal lavoro e uno facoltativo in sostituzione dell’astensione della madre, entro il quinto mese di vita del bambino.

Tali giorni possono essere utilizzati in modo frazionato e non continuativo, e possono essere fruiti anche in costanza del congedo di maternità della madre lavoratrice, diventando così un diritto autonomo del padre. Non è invece cumulabile con il congedo della madre il giorno in aggiunta per il padre, diventando così una facoltà del padre, da scomputare dai giorni di congedo della madre.

Probabilmente parte dello stress dei genitori nasce proprio dalla difficoltà di gestione dei figli contestualmente all’attività lavorativa.

Questo dato viene confermato analizzando le politiche a sostegno delle famiglie negli altri Stati, in cui a fare la differenza non è un singolo provvedimento, ma l’insieme di misure che coprono l’intero arco della vita, consentendo alle persone di prendersi cura dei bambini e di sostenerli anche dal punto di vista economico.

Gli elementi a cui più ambiscono i lavoratori sono la durata del congedo parentale, la percentuale di retribuzione, le malattie dei figli retribuite, la flessibilità sul lavoro e sovvenzioni per la cura dei bambini.

Avere lavoratori più felici e meno stressati dovrebbe essere il mantra aziendale, e proprio per questi motivi gli ambiti delineati sopra possono tranquillamente rientrare tra gli elementi da prendere in considerazione come base di partenza per un piano welfare.

In estrema sintesi avere un ambiente di lavoro positivo porta con sé migliori performance, maggiori soddisfazioni, traducendosi in un miglior servizio, attivando un processo virtuoso.

Datore di lavoro in regime forfettario: adempimenti e gestione delle ritenute

Come deve comportarsi il datore di lavoro in regime forfettario? Cosa fare con le ritenute fiscali? E quali dichiarazioni fiscali compilare

datore lavoro regime forfettario

Pubblichiamo di seguito la guida scritta per Lavoro e Diritti

Con l’estensione dell’importo dei ricavi o dei compensi percepiti numerosi sono i contribuenti persone fisiche, esercenti attività d’impresa, arti o professioni che dal 1° gennaio 2019 hanno deciso di aderire al regime forfettario. L’articolo 1 della legge 30 dicembre 2018 numero 145 modifica la disciplina del regime forfettario prevedendone l’accesso a coloro che nell’anno precedente hanno conseguito ricavi ovvero compensi non superiori a 65.000 euro.

Modifica importante che ha eliminato i requisiti previsti precedentemente necessari ai fini dell’accesso al regime agevolato come ad esempio i valori dei ricavi e/o compensi percepiti differenziati sulla base del codice ATECO. L’ulteriore modifica che non è più motivo di esclusione dal regime è l’aver sostenuto spese legate a lavoro accessorio, per lavoratori dipendenti e collaboratori per un ammontare superiore complessivamente a 5.000 euro lordi.

È evidente che ampliando il totale dei compensi ed eliminando l’importo di cui sopra numerose saranno le figure che occuperanno personale dipendente. Ma come deve comportarsi il datore di lavoro in regime forfettario con dipendenti in qualità di sostituto d’imposta? Cosa fare con le ritenute fiscali? Ecco cosa c’è da sapere.

Datore di lavoro in regime forfettario: cosa fare

Si deve partire dal comma 69 dell’art. 1 legge n. 190/2014 il quale espressamente esclude i contribuenti forfettari dalla qualifica di sostituto d’imposta.  Questo significa che “non sono tenuti a operare le ritenute alla fonte di cui al titolo III del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, e successive modificazioni; tuttavia, nella dichiarazione dei redditi, i medesimi contribuenti indicano il codice fiscale del percettore dei redditi per i quali all’atto del pagamento degli stessi non è stata operata la ritenuta e l’ammontare dei redditi stessi”.

Calato nei fatti questo significa che durante il rapporto di lavoro il datore di lavoro non è tenuto ad effettuare la trattenuta, ed il relativo versamento, delle ritenute fiscali ai propri dipendenti, non assumendo così la veste di sostituto d’imposta.

Ciò significa che al momento dell’erogazione della retribuzione si indicherà la ritenuta previdenziale, ma non quella fiscale. Questo emerge anche dal parere fornito dalla Fondazione Studi dei consulenti del lavoro.

Leggi anche: Regime forfettario 2019: regole, pro e contro del regime fiscale agevolato

E le addizioni calcolate nel 2018?

Rimane un dubbio. Il datore di lavoro che nel 2018 non era forfettario, quindi assumeva la veste di sostituto d’imposta al momento del conguaglio fiscale ha prontamente calcolato le addizionali 2018, le quali vengono versate a rate nell’anno successivo.

Anno, il 2019 in cui il datore di lavoro rientra nel regime forfettario. Come si deve comportare con quegli importi?

È sicuramente necessario un chiarimento da parte dell’Agenzia delle Entrate. Allo stato attuale il datore di lavoro, forfettario, anche se non riveste la carica di sostituto d’imposta dovrà comunque riportare nella propria dichiarazione dei redditi il codice fiscale del soggetto percettore del compenso per il quale non è stata versata la ritenuta d’acconto e l’ammontare del compenso corrisposto.

Obbligo di comunicazione nella dichiarazione dei redditi

Compilando apposito quadro, RS, dell’Unico, indicando il codice fiscale di chi ha percepito il compenso per il quale non è stata operata la ritenuta.

Il datore di lavoro rilascerà al lavoratore la dichiarazione con i dati riferiti ai compensi corrisposti, ma sui quali non sono state effettuate ritenute. Nella Certificazione Unica compilerà la sezione legata ai assistenziali e previdenziali; mentre rimarrà escluso dalla compilazione ed invio del modello 770 non avendo dati fiscali da dichiarare.

Obblighi del lavoratore con datore di lavoro forfettario

Fino all’anno scorso il lavoratore era esonerato dal calcolo e dal versamento dell’IRPEF; queste operazioni infatti ricadevano in capo al datore di lavoro in qualità di sostituto d’imposta. Da quest’anno il lavoratore dipendente di un datore di lavoro in regime forfettario si trova in una posizione “scomoda”.

Ricade infatti su di sé l’obbligo di effettuare la propria dichiarazione dei redditi per assoggettare fiscalmente quanto percepito nell’anno fiscale di competenza.

E’ ora di rinnovarsi: come attuare un progetto di ringiovanimento aziendale

Il mio contributo per Well Work

L’Italia non è un Paese giovane, lo sentiamo purtroppo quasi quotidianamente e questo si rispecchia ovviamente nella popolazione aziendale nella quale troviamo una gran fetta di lavoratori cinquantenni.

Il problema che è necessario cercare di arginare è che spesso questi lavoratori over 50 sono insoddisfatti della loro posizione professionale.

Proviamo ad analizzare il motivo di questa insoddisfazione e capire le aziende quali passaggi possono mettere in atto per le aziende per tramutare questa situazione in un’opportunità di miglioramento.

Questo stato d’animo nasce da un mix di sensazioni e situazioni: da un lato la paura di essere “messi da parte” all’interno dell’organizzazione aziendale, dall’altro le numerose esigenze familiari: figli non ancora indipendenti oppure genitori anziani da accudire portano un’ulteriore difficoltà a conciliare lavoro e vita privata, ponendo queste persone in una sorta di stallo.

Ma allo stesso tempo considerando l’elevato numero di lavoratori di questa fascia d’età è evidente che le aziende devono trovare il modo di puntare su di loro.

Come si può uscire da quest’impasse?

La prima cosa da fare è un’approfondita analisi della situazione aziendale per capire se le difficoltà sono principalmente di carattere professionale o personale.

Anche in questo caso una possibile soluzione è il welfare.

In una situazione di possibile disagio che non permette ai lavoratori di dare il meglio di sé stessi, l’azienda dovrebbe puntare sulla formazione, tanto intesa quella classica professionale, quanto di crescita personale.

La possibilità di crescita a questo punto diventa tanto dell’azienda quanto dei lavoratori dando la possibilità di fornire quindi un supporto su tematiche legate al work-life balance, alla gestione dello stress e al miglioramento del benessere al lavoro e nella vita privata, diventando una sorta quindi di supporto psicologico.

Sappiamo che un piano welfare per godere dei benefici fiscali deve essere garantito alla generalità dei dipendenti o categorie omogenee. In una situazione simile potremmo avere la classica erogazione alla popolazione aziendale, per metterla in condizione di lavorare sul disagio manifestato e trasformarlo in opportunità oppure dividere in categorie i dipendenti.
Una categoria che potrebbe sicuramente beneficiarne è quella dei manager o dei responsabili che a loro volta potranno investire le nuove conoscenze acquisite nei loro gruppi di lavoro: aiutare i manager a sviluppare una funzione di ascolto e sostegno ai propri collaboratori, motivandoli e guidandoli attraverso la riorganizzazione in atto, ad esempio potenziando la comunicazione nel gruppo di lavoro, definire obiettivi chiari o ancora mediare i conflitti.

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